Non solo ricostruire ma progettare

L’effetto devastante di un sisma, come quello che ha colpito il centro Italia esattamente un anno fa, e che è tornato a colpire anche negli scorsi giorni, va oltre la tragedia immediata legata alla perdita di vite umane e alla perdita dei beni materiali.

Le conseguenze che derivano dall’abbandono del territorio da parte delle famiglie o l’allontanamento dei giovani alla ricerca di strutture e servizi necessari alla loro crescita armonica quali scuole, impianti sportivi, luoghi di aggregazione, agiscono infatti come una seconda devastazione: quella dell’implosione sociale della comunità.

Le emozioni forti, drammatiche, che stringono le popolazioni in un abbraccio solidale nell’immediatezza degli eventi, non devono cristallizzarli ma devono traghettare luoghi e persone in un futuro che impari dal passato e che si proietti verso la vita.

La prima pietra che viene posata per ricostruire un territorio ferito da una qualsivoglia devastazione - sia essa opera della natura, come i terremoti, o opera dell’uomo, come le azioni terroristiche o i conflitti bellici - dovrebbe sempre guardare alle necessità immediate delle nuove generazioni, dovrebbe sempre avere l’obiettivo primario di coltivare anime ricche di conoscenza e speranza, come le anime giovani naturalmente sono.

Come Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza sento forte il bisogno di chiedere la progettazione di un tessuto urbano sicuro, strutturato e articolato, capace di offrire alle nuove generazioni gli elementi indispensabili alla crescita, allo sviluppo delle personalità e delle idee, nel quale la ricostruzione degli spazi per le attività di incontro, di apprendimento o di svago dei giovani sia percepita come una necessità primaria, non secondaria.

L’investimento infrastrutturale che le istituzioni hanno il compito di progettare deve offrire risposta primariamente ai bisogni delle nuove generazioni, senza le quali la ricostruzione rischia di essere fine a se stessa.